(
parafrasando il titolo dell'ultimo post del Marcello, ecco un altro degli interventi dettati dal caldo dei quali forse nessuno sentiva realmente il bisogno ma che ci fanno pensare)

La metamorfosi che stanno subendo i nostri corpi - o meglio: l'immagine dei nostri corpi - è innegabile.
Per secoli costretti a stare nascosti, per secoli negati, ad un certo punto, alla fine degli anni sessanta essi si sono manifestati con gioiosa prepotenza.
Sfacciatamente.
Cadevano i vestiti a dimostrazione che era possibile far cadere i paramenti dell'ordine borghese, in un atto di rivolta che potremmo definire non-violenta o, in modo ancora più appropriato, "di segno opposto alla violenza".
L'animale-uomo privo di indumenti è fondamentalmente vulnerabile.
Friggere nudi i calamari ad esempio è operazione rischiosa, durante la quale l'attenzione si sposta dalla cura per la croccantezza della frittura alla costante preoccupazione per qualche goccia d'olio bollente sull'addome o peggio sulle parti intime.
Contro la Guerra, mettersi nudi fu atto di ribellione.
Già che siamo nudi, facciamo all'amore.
"Fate l'Amore e non la Guerra".
Il passo è breve.
Nudi si fa l'amore, si fa il bagno, si prende il sole, si cucina (facendo attenzione, come abbiamo visto poc'anzi).
Si consuma ma non si produce.
Il lavoro pesante è inibito dalla mancanza di protezione, il lavoro leggero o intellettuale è comunque sviato da una sorta di ritorno ad una dimensione animale ed istintiva.
Ecco perché Nudismo o meglio Nudità o meglio ancora Fisicità, Corpo, sono antitetici al Capitalismo ed alla Produttività senza freni.
Il Capitalismo questo ben lo sa ed ha intrapreso da anni una guerra senza quartiere alla corporeità, puntando ad una dissoluzione, ad una smaterializzazione della Realtà.
Basti pensare solo agli esempi più recenti.
Alla chat (pensate a MSN) come surrogato dell'incontrarsi.
Alle foto di moda ritoccate in Photoshop.
Emblematico a questo proposito il caso della top-model statunitense Tyra Banks che ha dichiarato di non voler più alcun tipo di intervento digitale sulla propria immagine.
Il Corpo, prima di manifestarsi, deve attendere la Purificazione Digitale, la doccia di pixel che cancella le caratteristiche salienti della fisicità.
Le imperfezioni, le macchie, gli arrossamenti.
Ma soprattutto il pelo.
Il pelo, elemento che ci riconduce immediatamente alla fisicità più selvaggia, è stato fatto diventare sempre più un tabù.
Osservando la pornografia di venti, trent'anni fa è tutto un fiorire di petti villosi, baffi e gattine fra le cosce. Ora la tendenza è quella di raffigurare amplessi tra oggeti di design, plasmati sui modelli minimal-tech dei prodotti Apple.
Ad una democraticizzazione (forzata) del Digitale corrisponde una deprivazione (sempre forzata) del Reale.
Puoi permetterti un corpo solo se esso corrisponde ai canoni dell'estetica della perfezione minimal, altrimenti meglio che lo tieni nascosto.
Meglio che ti crei un avatar (ovviamente corrispondente a tali canoni) con il quale dedicarti a degli incontri in recondite chat-room.
Trovare una foto pubblicitaria di intimo maschile nella quale il modello esibisce del pelo è rarissimo. Trovarne una nella quale è fisibile del grasso è impossibile.
Eppure noi tutti (anche la maggior parte di loro, come dimostra la protesta della Banks che rivendica il suo diritto a mostrare al limite anche un po' di cellulite) siamo grassi, pelosi, sudati, imperfetti.
Quindi affascinanti.
Se così non fosse, se questi fattori effettivamente negassero il fascino, ci rendessero brutti, la specie umana si sarebbe estinta: nessun cavernicolo avrebbe trovato affascinante la sua compagna e viceversa.
Invece, come è logico, è esattamente il contrario.
Più recuperiamo l'istinto e le fattezze animali, più contrapponiamo la nostra corporeità ai dettami della smaterializzazione digital-capitalista, più ci avviciniamo a quello che può essere considerato un atto (meta)rivoluzionario.
La mazza per sfasciare la Macchina ce l'abbiamo già: è fra le nostre gambe!