Probabilmente vi è capitato di sentire parlare delle panchine segate via in Piazza Venezia. Nel caso la notizia vi fosse sfuggita, ve la racconto in breve. L'assessore Bandelli ha deciso di far segare via le panchine di Piazza Venezia perché su tali panchine erano solite stazionare persone dall'immagine poco consona alle nuove Rive triestine. Barboni, mezzi tossici, mezzi alcolisti, poveri. Insomma più che gente pericolosa, gente
brutta da vedere. Oggi, notizia molto simile. Cambia lo scenario ma il metodo è il solito. Piccolo parco-giochi vicino ad un Sert. Anche lì un tavolo e delle panche. Brutti individui che si radunano. Alcune mamme del quartiere protestano. Panchine e tavolo eliminati.
Mi pare che la metedologia usata riveli una visione di fondo: le miserie umane sono oscene e deturpano il paesaggio.
Non sia mai che qualcuno possa pensare che Trieste non è la miglior città per qualità della vita e la città dove in media ognuno ha in banca risparmi per 20.000 euro (dati di una statistica del 2005 che hanno contribuito a mio parere in maniera significativa alla rielezione del Sindaco uscente).
La povertà a Trieste viene rimossa dall'immaginario collettivo.
Dove sono i poveri?
Boh. In giro non se ne vedono.
Sì, vabbè, qualcuno ogni tanto, a livello folcloristico.
Probabilmente non esistono.
Invece esistono.
Spinti all'interno, lontano dal mare. In quartieri che si sviluppano a ridosso della prima periferia. Quartieri nei quali non ci vai senza una ragione precisa. Non c'è niente da vedere. Non c'è la malavita organizzata. Non ci sono notizie da prima pagina. C'è la sfiga nella sua dimensione più mediocre. C'è solo un limbo grigiastro di solitudine e indigenza. La zona dietro il cimitero di Sant'Anna e oltre via Costalunga ad esempio. Qualche anno fa ci abitavano delle persone che conosco: una coppia un po' anziana, con lui non-vedente e invalido. Grandi amanti degli animali. Persone senza grosse possibilità finanziarie ma sempre pronte a condividere con gli altri quello che avevano. Ogni volta che sono andato a casa loro (che si distingueva per un piccolo, curatissimo giardino di fronte all'appartamentino minuscolo al piano terra), c'era sempre qualche pattuglia a sorvegliare la zona. Era un continuo tira-e-molla con famiglie disastrate, tossici che occupavano appartamenti, casini vari. Non avevo mai visto posti così a Trieste.
Non avevo ancora visto scontare i domiciliari dentro una roulotte di un metro per due.
La cosa triste è che questo metodo funziona.
Qui basta davvero segare un paio di panchine per non farci sedere sopra gente non all'altezza.
Qui queste cose si accettano.
Qui si accetta che il pronao di una bellissima Chiesa in pieno centro venga deturpato da transenne metalliche (e forse in futuro da un muro che servirà da recinto) piuttosto che lasciar sedere sugli scalini ragazzi che di notte sporcavano e lasciavano rifiuti.
Qui non si hanno i coglioni di risolvere i problemi.
Di andare alla radice.
Qui si nasconde sotto il tappeto.
Ci si mette davanti il poster di una mucca viola.
Questa metodologia qui funziona perché si è creato un cortocircuito per il quale o stai dalla parte di una destra benpensante che ha perfettamente capito che per continuare a governare deve assecondare ogni capriccio senile dell'anziana maggioranza
neanche-tanto-silenziosa anche a costo di mummificarsi completamente, oppure stai dalla parte di una sinistra che è "sinistra" solo in quanto il termine è per antonomasia opposto a "destra", la sinistra cultural-chic-illyana con la villa a Opicina e la barca a vela, una sinistra che ti guarda dall'alto in basso, una sinistra per la quale il triestino medio è una sorta di sempliciotto che una volta che ha davanti
un mezo de bianco e una de calamari friti alla
sagra de la sardèla è intellettualmente appagato, ma tanto a me che me ne frega c'ho gli amici multietnici giro il mondo tutto l'anno.
Ingabbiate tra questi due orribili schieramenti, molte persone tacciono, per evitare di essere assimilate all'una o all'altra parte, alla parte del luogocomune da autobus o a quella dello snobismo saccente da intellettuale liberal-progressista.
E tacere significa lasciar loro le mani libere.
Anche di segare panchine.