Anche se potrebbe andare meglio.
La burocrazia ci sta lentamente consumando.
REC, REA, ASS, Aiutooo!
Aprire un circolo con un bar interno CHE SOMMINISTRA SOLO BEVANDE è complicatissimo.
Significa - letteralmente - avere a che fare con Lucifero.
Non voglio pensare a cos'è avere anche chessò delle brioche...
Avere la presunzione poi di NON volersi affiliare con NESSUNO (vedi robe tipo Arci), ti rende la vita un inferno.
Se fossimo affiliati (leggi inglobati) ad un'associazione nazionale SAREBBE BASTATA UNA SEMPLICE DICHIARAZIONE D'INIZIO ATTIVITA'.
Mentre così ci toccano cazzi e mazzi.
Voi come la chiamate questa?
Io la definirei Ma... vabbè va lasciamo stare.
Paura & Delirio (in via della Rotonda).
Anyway - in culo ai fottuti gufi - i lavori procedono.
Gli idraulici idraulicano.
Gli elettricisti elettricistano.
Noi ci riuniamo come ogni lunedì alle 21 in mezzo ai ruderi...
MANOVALANZA MOOOLTO GRADITA!
ANCHE POCHISSIMO CI E' D'AIUTO.
SOPRATTUTTO ORA DEI SECCHI PER PORTARE VIA CALCINACCI VARI...
Ho aperto su Blogger un blog dove pubblicare tutte le recensioni musicali scritte dal sottoscritto nel corso degli anni (per chi se lo chiedesse, SI', ci saranno anche QUELLE recensioni, che tanto vi piacevano e che tanto hanno contribuito a crearmi una fama di grandissima testa di cazzo...)
Sarà aggiornato quotidianamente, tanto di roba ce n'ho un pacco.
Una sorta di archivio della carta stampata (Il Piccolo, Ntwk, ecc ecc) però senza un particolare ordine cronologico, per tutti quelli che hanno tempo da perdere e vogliono leggersi un po' di cazzate...
Incontri uno alle 9 del mattino e lo saluti "Buongiorno!".
Chiaro.
Incontri uno alle 16.30 e sono già cazzi.
Incontri (anzi ti stai accomiatando da qualcuno) uno alle 19 ed è un altro dilemma.
Poi dipende da quello che fate nella vita.
Ma se avete a che fare con la gente per lavoro dopo le 13, forse potete capire i miei dubbi.
Che cazzo dici a uno che ti entra in negozio alle 16.30 del - mettiamo - 3 luglio?
"Buongiorno"?
Lo puoi usare come una presa per il culo che sottintende: "Hai dormito fino ad adesso? Mi sembri rincoglionito..." (in tal caso devi prolungare la "o" finale... buongiornooooo) oppure non ha senso: la giornata sta finendo, ti restano 4, max 5 ore di "giorno".
Al tempo stesso, non è sera: splende il sole, che in realtà è il sole delle 15.30 (è in vigore l'ora legale).
Se vuoi passare per un idiota, puoi usare la desueta formula "Buonpomeriggio", ma passare per idioti molto spesso è un atteggiamento che cerchiamo di evitare.
Io ho risolto così: dopo che ragionevolamente è passata l'ora del pranzo (più o meno le 14.30), uso "Buonasera".
Ma c'è un problema aggiuntivo.
Accondiscendenza o salvaguardia delle proprie convinzioni?
Se uno mi dice "Buongiorno" in questa situazione, devo rispondere "Buongiorno" (venendo meno alla regola che mi sono dato e quindi una posizione per me è invece errata) o "Buonasera" (facendolo sentire in torto. La maggior parte replicano a questo punto: "Ah sì mi scusi: buonasera!)?
Opto per la seconda.
Una situazione bizzarra si è verificata una volta che uno mi guarda e fa: "...'Pomeriggio" spostando impercettibilmente lo sguardo ad indicare il mondo esterno e come a dire "Hai visto che roba? E' pomeriggio, ma ci tengo a specificare che non dipende dalla mia volontà".
Al che io, per una sorta di reazione automatica ho risposto: "'Pomeriggio..." con un'inflessione colma di rassegnazione ma al tempo stesso di empatia. "Lo so, tutti i giorni è così, ma ti sono vicino: siamo un po' tutti nella stessa barca, noi che viviamo nella zona interessata a questo fuso orario."
In realtà non sono mai riuscito perfettamente a capire cosa intendesse con quel "'Pomeriggio...", ma è un caso limite, quasi un'ipotesi academica con un'incidenza pressochè nulla nel vissuto quotidiano.
Invece la forma più inquietante di tutte è "Buona seraTA".
E' un neologismo abbastanza recente.
Non credo di averlo mai sentito pronunciare come commiato prima del 2004, di certo anni fa non esisteva, e ciò deve farci riflettere attentamente.
"Buona serata" per l'appunto non si usa come introduzione ma solo al momento del distacco, di solito nella fase finale del pomeriggio o nella prima fascia serale (ma esistono eccezioni: quello che te lo dice alle 5.30 del mattino mentre stai per collassare nel tuo stesso vomito in un gabinetto sconosciuto, come se avessi poi intenzione di fare qualcosa di altro. Dove cazzo vuoi che vada, idiota?), ed ha un sovraccarico augurale più intenso delle altre forme di saluto.
"Buongiorno" vuole chiaramente dire "Spero che per te sia un buon giorno".
Che cazzo ti dovrei dire?
"Spero che ti capiti una giornata di merda!"?
Le persone alle quali auguro giornate di merda, tendo a evitarle, non a salutarle.
"Buonasera" stessa roba.
"Buona serata" implica il fatto che il destinatario trascorra una "serata".
Ed è proprio sul concetto di "serata" che si gioca buona parte del fattore inquietudine.
Si può definire "serata" lo stare da soli, senza soldi, senza uno straccio di nessuno, a casa a guardare una scatola luminosa dentro la quale tutti hanno un aspetto perlomeno decente, uno straccio di compagno/a e dei soldi (o al limite un prestito o un finanziamento), oppure sono coperti di mosche/denutriti/mutilati dalle mine e quindi è logico non si preoccupino di essere soli, senza soldi, senza un cazzo di nessuno?
"Serata" ti mette di fronte ai tuoi standard. Che solitamente sono bassi.
"Buona serata!"
"Anche a lei"
(Dove cazzo vuoi che vada? Cosa vuoi che faccia? La mia vita è una merda!)
A volte è possibile scorgere anche un impalpabile pavoneggiarsi, come se "Buona serata" stesse a significare "Te lo auguro perché IO adesso trascorrerò una serata - il bello per me deve ancora venire - e tu mi dai l'idea di uno che più in là di una chattata in rete con un geometra 52enne di Cuneo nascosto dietro un nickname porno-teen non andrà".
"Buona serata" presuppone l'esistenza di una qualche forma di vita sociale dell'interlocutore.
Ma "Buona serata" può essere anche come invocare scaramanticamente un fortuito guizzo del destino che ci salvi da Bruno Vespa.
E' bifronte.
Per questo è inquietante.
Perchè è bifronte e riflette la contemporaneità generata dalla disintegrazione del nucleo familiare televisivo dell'epoca post-Carosello.
"Buona serata" si moltiplica come un virus.
Alimentato dalla paura dell'avvento di un futuro che sia in realtà solo il passato spacciato per presente.
Con una serata buona, speriamo di compensare un'intera vita senza senso.
(Un ringraziamento al Marcello che stamane mi ha riportato questa notizia apparsa ieri.)
Se in Sicilia assumono gente per contare tombini e altra gente per contare chi conta i tombini (vedi post "ZEN STATALE), a Taranto hanno creato direttamente l'anti-materia, un buco nero che ingloba milioni di euro...
Mentre leggete, ripetetevi "No, non è vero..."
Un buco di 500 milioni: si fermeranno gli autobus e si spegneranno le luci nelle strade
Non ci sono più soldi per raccogliere l'immondizia e per seppellire i morti
Debiti, scandali e stipendi d'oro
Taranto, così "fallisce" una città
Se entro l'anno non arriveranno dal governo 60 milioni sarà la bancarotta
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI
TARANTO - I primi a fermarsi saranno i camion della spazzatura. E poi gli autobus. Tutti a piedi, per strade sporche e buie. In cassa non ci sono più nemmeno i soldi per pagare le bollette, in ogni pubblica via si spegneranno le luci. E per la festa dei morti non si seppelliranno più i morti: i servizi cimiteriali verranno ufficialmente sospesi il primo novembre. Il Comune di Taranto non ha più niente. Neanche un solo miserabile euro.
Quella che segue è la ricostruzione dei fatti che hanno sprofondato una città del Sud in un gorgo di debiti, il più grande dissesto finanziario di un ente locale dal fallimento della Napoli dei vicerè degli Anni Ottanta. Un buco di quasi 500 milioni, un sindaco rovesciato dagli scandali, stipendi d'oro che hanno arricchito un clan di burocrati, un prefetto nominato a governare quella Puglia diventata famosa per Giancarlo Cito, intruglio tra un guappo e un picchiatore nero che si era impadronito di un pezzo d'Italia.
E sono stati proprio gli eredi naturali del "feroce telepredicatore" finito in carcere per mafia a divorarsela, a mangiarsela fino all'ultima briciola. Così Taranto ha dichiarato la sua bancarotta amministrativa e la sua bancarotta politica. "La situazione di cassa è paurosa, fatti i conti ho un'autonomia per soli 10 giorni e poi non posso più garantire i servizi essenziali", annuncia Tommaso Blonda, il prefetto incaricato di salvare questa città di 200 mila abitanti che respira i fumi della più grande acciaieria d'Europa e si sta preparando alla sopravvivenza civile.
Il prefetto ha portato con sé 5 sub commissari e 6 alti funzionari che ha piazzato nelle ripartizioni chiave del Comune, quelle dove tiranneggiavano dirigenti da 100 mila euro in su. Ma aver messo a posto le carte - e averle spedite in procura - non basterà più ormai per sottrarsi al tracollo. "Solo un atto straordinario dello Stato può mettere in salvo Taranto", spiega il prefetto. A Palazzo Chigi ha chiesto 60 milioni di euro sino alla fine dell'anno. Se non arriveranno, Taranto è spacciata.
Su come questa capitale di Magna Grecia sia finita così in basso, non è un gran mistero per chi ci sta o c'è nato. "È una città che appena 15 anni fa, quando doveva scegliere il proprio sindaco fra un onesto magistrato e un pregiudicato, ha preferito il pregiudicato e si è incamminata verso l'isolamento", risponde Giancarlo De Cataldo, un tarantino che vive a Roma, giudice di Corte di Assise, saggista, autore anche di quel "Romanzo criminale" che magnificamente narra le gesta della banda della Magliana. E sospira De Cataldo: "La città migliore è quella che non ha potere".
Dopo Cito e le scorribande ricattatorie dagli schermi della sua Antenna 6 o la caccia grossa agli emigrati sui marciapiedi, il destino di Taranto era come segnato. Mantenuta nel dopoguerra dall'arsenale dell'Ammiragliato, ingrassata poi dalle commesse dei cantieri navali, tramontato il sogno industriale degli anni '60 e '70, è andata sempre disperatamente in cerca di padroni. Trovandoli di volta in volta. In quel tribuno prima, in quell'allegra compagnia di giro che poi ha vinto le amministrative del 2000 prosciugando le finanze comunali. "Io ho perso contro il 65% dei voti dell'altro candidato a primo cittadino: subito dopo, noi dell'opposizione, siamo stati costretti a portare 20 chili di carte alla magistratura", ricorda Ludovico Vico, oggi parlamentare eletto nell'Unione e rivale dell'ultimo sindaco, Rossana Di Bello. È cominciato con lei - una che da Fi è passata a capeggiare una lista civica - l'inizio della fine del Comune di Taranto.
Eventi e poi eventi e ancora eventi. Tutti di cartapesta. E costosissimi. E appalti e appalti e ancora appalti. Tutti a trattativa privata. E assunzioni a go go. E incarichi, consulenze, contratti a ore per aspiranti clienti da sistemare a ogni tornata elettorale. Direttamente in Comune. O nelle "partecipate", l'Amat (servizio trasporti) e l'Amiu (nettezza urbana). Assunzioni dopo assunzioni, nell'ultima primavera sono diventati più di 3mila quelli che prendono una busta da paga dal Comune.
E intanto i conti sono andati in rosso. Il disavanzo era di oltre 83 milioni di euro nel 2004, è lievitato a quasi 138 milioni nel 2005. I debiti fuori bilancio sfiorano i 150 milioni. Gli oneri latenti sono di quasi 160 milioni di euro. Il commissario straordinario stima con precisione il "buco" fra i 446 e i 447 milioni. Con un trucco le voci passive le hanno trasformate in attive, i debiti in crediti, nelle entrate sono finite le voci "uscite" delle partecipate e voci incerte come quelle dei tributi ancora non riscossi. Una contabilità taroccata dal primo all'ultimo numero.
Il sindaco Di Bello si è dimesso subito dopo una condanna a 16 mesi per l'appalto dell'inceneritore, in 33 sono sotto inchiesta per falso in bilancio. "Il Comune è stata una fabbrica di distribuzione indiscriminata di ricchezza, c'è stato un saccheggio", spiega Roberto Nistri, insegnante di storia e filosofia al liceo classico Archita per tanti anni, scrittore anche lui. E aggiunge Gino d'Isabella, uno dei segretari della Cgil: "L'ultima giunta ha costruito il suo potere su sabbie mobili che poi hanno risucchiato la città". Hanno mandato in rovina Taranto. "Stiamo solo cercando di farla migliore e ci riusciremo". È stato uno degli ultimi solenni giuramenti della Di Bello alla "Voce del Popolo", battagliero quindicinale che ha seguito ogni passo della vicenda amministrativa. Poi è sparita.
È una sacca Taranto. Di veleni, di soperchierie. Uno uno Stato nello Stato come ai tempi di Cito. Adesso hanno chiuso le mense scolastiche, cancellati i buoni libro, ridotto le auto dei vigili urbani. E a fine mese i dipendenti comunali non avranno più lo stipendio. Da qualche settimana, fuori dal Municipio, ogni mattina arriva puntuale Giovanna, una ragazzina che distribuisce piccola pubblicità. Sta in piedi davanti al portone, ha in mano un pacco di foglietti colorati e tutti uguali. Vanno a ruba. Promettono: "Un prestito eccezionale dedicato solo a te, tassi e condizioni riservati ai dipendenti pubblici di Taranto".
E' un post complesso* questo.
Chi scrive bazzica questa scena più o meno attivamente da circa 14 anni, cioè dai primi '90.
Ascolto musica anche da prima cioè da quando a metà degli '80 mi capitò fra le mani una rivista musicale che mi lasciò basito.
Avevo già una discreta collezione di dischi e cassette: avevo i Black Sabbath, i Cheap Trick, Ted Nugent, gli Iron Maiden, anche Umberto Tozzi e i Pooh.
Ma cazzo di tutte le band di cui parlava questo giornale chiamato "Rockerilla" non ne conoscevo una.
Com'era possibile? Andavo nei negozi di dischi. Andavo da Ricordi, andavo alla Standa, anche in altri che ora non esistono più e dei quali non mi ricordo il nome.
Ma i dischi di cui parlava Rockerilla non c'erano.
Come mai?
Per me sbarbo era un mistero inquietante.
Un giorno, per puro caso, in via Milano trovai un negozio che non avevo mai notato.
Dimensioni microscopiche.
Vetrina microscopica.
Vinili stipati ovunque.
In quattro dentro non ci si stava.
Chiesi al tipo dietro il banco: "Mi scusi, ha forse i Mercyful Fate?"
Ed egli: "Vuoi il primo o il secondo?"
Cominciò così.
Quel tipo si chiamava (si chiama anzi, ha solo cambiato lavoro) Camillo ed il negozio era "Discoteca 33".
Chiunque della vecchia guardia a Trieste è passato per Discoteca 33.
O nel negozio piccolo o in quello più grande dove Camillo si trasferì anni dopo, dall'altra parte della strada.
Che tu fossi un punk crestato, un metallaro glamster o un thrasher, un darkone coi "puntalini" - diomio: qualcuno si ricorda dei puntalini? - o un new waver fighetto, da Camillo ci andavi.
E incontravi la scena.
"Carboneria" come direbbe Lorenz dell'Iguana, che già all'epoca era il barman ufficiale.
Se Camillo era un punto di riferimento diurno, il "Nutty" di Lorenz era uno di quelli notturni e Lorenz con i suoi Spy Eye faceva intravvedere brillanti futuri londinesi per tutti quelli come lui che avevano determinazione a sufficienza.
In quei giri conobbi un sacco di gente, tra cui dei tipi che cercavano un bassista per un gruppo hardcore newyork e pensavano dovessi essere io.
Io dovevo andare a servire la Patria e non avevo idea di come si suonasse il basso, ma loro erano convinti.
Al mio ritorno dalla Marina Militare ero libero, pronto per diventare una rockstar, ma - piccolo particolare - ancora non avevo idea di come si suonasse quel diabolico strumento.
Mi organizzarono lezioni private e ogni genere di supporto, ma le mie dita avevano la mobilità di quelle di un ottuagenario e "andare a tempo" era un concetto a me ignoto.
Il cantante - preso da cazzi suoi - se ne andò.
Non male come band: un batterista, un chitarrista, un non-bassista e zero cantante.
Però eravamo fighi, avevamo le mimetiche tagliate, le magliette degli Agnostic e dei Sick of It all, io in certe trasferte milanesi ne avevo pescate anche di molto stilose dei Judge e dei Gorilla Biscuits, eravamo ben rasati: qualcosa bisognava fare!
Nel cazzeggio, iniziai ad urlare e grugnire nel microfono in sala prove.
Il giorno dopo ero completamente afono, mi esprimevo a gesti.
Però con l'inglese me la cavavo, riuscivo a scrivere testi suffcientemente pieni dei simpatici luoghi comuni hc d'oltreoceano, la voce mi sarebbe tornata, avrei potuto ancora grufolare violentemente e - cosa determinante - i bassisti erano un articolo relativamente facile da trovare sulla piazza.
E voilà!
Eccomi "dentro" la scena.
Quel gruppo durò poco.
Erano i Point of Entry.
Da quel nucleo si formarono gli Ars Moriendi.
Quelli durarono di più, ed alcuni die-hard fan - con mia sorpresa - se li ricordano ancora.
Ricordo con gioia quegli anni pre-internet.
Erano soprattutto concerti sudatissimi, orecchie in frantumi, pogo molto poco politically correct e ignoranza brada.
Soldi zero, cachet nulli, ma nessuno si poneva il problema.
L'aspirazione principale era avere più gente possibile che se le dava di santa ragione quando suonavi.
Quando qualcuno cominciò a farsi domande sul "futuro della band", essa si sciolse come un Calippo nel Sahara e mi/ci lasciò qualcosa di appiccicoso ma dolce fra le dita.
Tutti prendemmo strade proprie, ma più o meno tutti restammo invischiati nel giro.
Ed infatti eccomi qua oggi, nel 2006, insieme ad altri valorosi, ad aprire quello spazio per concerti che sono anni che ce lo sognamo di notte.
Ed a scrivere di musica e di questa stronza Trieste, che è stronza ma la amiamo perché è nostra.
Ed ovviamente a propinarvi post essenzialmente di cazzi miei in modalità amarcord, ma - credetemi - era impossibile non fare queste premesse sul passato prima di andare a vedere il presente ed il futuro.
A ciò vi rimando alla prossima puntata!
Abbiate pazienza... arriva a brevissimo!
*se hai colto il doppio senso, sei malato come il sottoscritto...
Mi è venuta l'idea di scrivere una serie di post collegati tra loro come i capitoli di un libro. Il tutto può suonare abbastanza pretenzioso (a partire dal titolo) ma non è che sia poi un grosso problema: al limite evitate di leggerli e/o fatevi l'idea che io sia un cagacazzi. Per non rendere tutto troppo pesante li intervallerò con post più consueti. Avevo però voglia di sviluppare queste riflessioni insieme a qualcun altro, di non tenermele per me e basta, anche perché il campo di cui trattano è vasto e tra l'altro neanche precisamente delimitato. Qual è questo campo? Grossomodo il web stesso. Che è una di quelle parole come "il rock", che vogliono dire tutto e niente. Eppure i concetti che rappresentano influenzano concretamente la nostra vita, a prescindere dal fatto che li accettiamo o li rifiutiamo. Chi avrà voglia di seguire il discorso, capirà quali ambiti e tematiche esso include; e spero contribuirà in qualche maniera ad arricchirlo. Non ho la più pallida idea di come andrà a finire. Se sarà un esperimento di scrittura/ricerca collettiva oppure non lo cagherà nessuno e diventerà una roba troppo personale e cervellotica interessante solo per chi la scrive, una gran pippa insomma. Non ne ho la più pallida idea, ma mi va di provarci.
D'accordo che youtube salva sempre il culo ai blogger scazzati che non sanno cosa scrivere e quindi per non far vedere che non aggiornano postano un video a caso, ma dopo un po' il tutto mostra un po' la corda.
Quindi facciamo così: siccome ho diverse cose in mente da postare ma mi sembrano tutte o di livello troppo elevato per voi o inutili o autoreferenziali in modo imbarazzante o tutte e tre le cose assieme, lascio a voi decidere.
Nei commenti, ditemi: "Vorrei che facessi un post su le ripercussioni degli esperimenti nucleari sotterranei in Corea sulla scena musicale triestina, e vorrei tu lo scrivessi con tono sarcastico" oppure "Vorrei che tu facessi un post sulle tipologie di persone che si possono incontrare nel bagno di casa mia alle 3 del mattino".
Insomma scegliete voi un argomento e io svilupperò un post ad hoc.
Potete anche aggiungere "... e vorrei dedicarlo al mio tesoro che domani compie gli anni" o simili stupide dediche.
Per la cronaca, la burocrazia per aprire Tetris mi sta consumando ma abbiate vede, manca pocopoco.
Un piccolo cult triestino, girato dal grande Malpo, che forse alcuni ricorderanno alle batteria con gli Ars Moriendi.
Imperdibile.
Se siete troppo giovani, tutto ciò vi dirà poco o niente.
La vecchia scuola sono sicuro apprezzerà.